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Danni da infiltrazioni provenienti dal lastrico solare in uso esclusivo: chi paga?

Claudio Turci

Avvocato del Foro di Roma - Consulente del Centro Studi Condominiali di Roma - Membro del Servizio di Consulenza Nazionale UNAI

 

In caso di danni da infiltrazioni provenienti dal lastrico solare in uso esclusivo, come individuare i  soggetti tenuti al pagamento?
È questo il caso preso in esame dalla Corte di Cassazione, sentenza n. 3604 del 17 febbraio 2019.

 

In caso di danni subiti dal tuo appartamento per infiltrazioni provocate da una perdita della conduttura condominiale o del vicino di casa, quali sono i termini di prescrizione del reato?

Affrontiamo la questione avvalendoci di un caso esemplare sottoposto ad analisi da parte della Corte di Cassazione, che si è espressa con sentenza n. 6177, depositata in cancelleria il 26 marzo 2015.

 

La vicenda

Nel 1997, i proprietari di un appartamento, facevano causa ai vicini del piano sovrastante per danni da infiltrazioni avvenuti nel 1989. Per accertare le cause dei danni, durante questo lasso di tempo, esattamente nel 1990, s’era provveduto alla esecuzione di un accertamento tecnico preventivo.

 

Il ragionamento dei giudici

I giudici, tanto in primo quanto in secondo grado, accoglievano l’eccezione di prescrizione dei convenuti. Il diritto a richiedere il risarcimento del danno da infiltrazioni (danno che rientra nella fattispecie dei danni da fatto illecito), infatti, si prescrive in cinque anni decorrenti dalla data di verificazione del danno, così come sancito all’art. 2947 c.c., co. 1, il quale recita:

«Il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato».

Ricordiamo, a questo proposito, che i c.d. fatti illeciti sono quelli disciplinati dall’art. 2043 e seguenti del codice civile.

Si badi: la prescrizione non estingue il diritto, ma la possibilità di agire per la sua tutela.

 

La prescrizione può essere interrotta?

La risposta è affermativa.

Esistono, infatti, degli atti che consentono d’interrompere il termine prescrizionale previsto dall’art. 2947 c.c., co. 1.

Per interruzione della prescrizione si intende la conseguenza giuridica di un atto che fa ripartire da zero il computo dei termini prescrizionali (art. 2945 c.c.).

Quali sono gli atti interruttivi della prescrizione?

A fornire la risposta è l’art. 2943 c.c.:

«La prescrizione è interrotta dalla notificazione dell’atto con il quale si inizia un giudizio, sia questo di cognizione ovvero conservativo o esecutivo.

E’ pure interrotta dalla domanda proposta nel corso di un giudizio.

L’interruzione si verifica anche se il giudice adito è incompetente.

La prescrizione è inoltre interrotta da ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore e dall’atto notificato con il quale una parte, in presenza di compromesso o clausola compromissoria, dichiara la propria intenzione di promuovere il procedimento arbitrale, propone la domanda e procede per quanto le spetta alla nomina degli arbitri».

Pertanto, la lettera di messa in mora (raccomandata A/R)rappresenta atto interruttivo dei termini di prescrizione dal momento del ricevimento della stessa. In questo contesto, però, bisogna prestare molta attenzione alla conservazione delle diffide con le relative prove dell’avvenuto ricevimento (cartoline di ritorno delle raccomandate a.r.): le stesse dovranno, infatti, essere prodotte in giudizio per dimostrare al giudice che la prescrizione è stata interrotta prima della scadenza dei termini.

La prova della interruzione della prescrizione deve essere fornita dalle parti contro le quali è stata eccepita nei normali termini istruttori previsti per gli altri mezzi di prova.

 

Conclusione

Nel caso in cui sia eccepita la prescrizione, la controparte ha l’opportunità di provare l’avvenimento dell’atto interruttivo. Per farlo, però, deve rispettare i termini processuali per la produzione documentale. In primo grado, quindi, ove sia eccepita la prescrizione da parte del convenuto con la propria comparsa di costituzione, all’attore è dato di provare l’avvenuta interruzione indicando la prova nei termini di cui all’art. 183 c.p.c.

ulla base delle considerazioni soprasvolte, nel caso risolto dalla sentenza n. 6177/2015, a nulla è valso produrre in giudizio, al termine dell’attività istruttoria, una serie di documenti attestanti l’intervento di altro atto interruttivo posto in essere tra il 1989 ed il 1997.

Il diritto si era prescritto nel 1995, ossia cinque anni dopo l’effettuazione dell’ultimo atto interruttivo correttamente evidenziato nel corso della causa, vale a dire l’accertamento tecnico preventivo.

Si riporta nel seguito la sentenza sottoposto ad esame nel presente articolo.

 

Corte di Cassazione,

Sez. II Civile

Sentenza n. 6177

13 gennaio – 26 marzo 2015

 

Presidente/Relatore Bursese

 

Svolgimento del processo

1 – Con atto di citazione notificato in data 21.1.1997, M.L. , E. , R. , P.A. e Z.M. V., deducevano che nel mese di settembre del 1989, l’appartamento di loro proprietà sito in (omissis) , facente parte del condominio “(omissis)“, era stato invaso da infiltrazioni d’acqua provenienti dall’ap-partamento sovrastante di proprietà di G.F. ; aggiungevano che il precedente proprietario, loro dante causa, tale M.A., ai fini dell’accertamento dei danni conseguenti alle infiltrazioni, aveva a suo tempo chiesto ed ottenuto un accertamento tecnico preventivo, con deposito ed asseveramento della relazione in data 10.7.1990; tutto ciò premesso gli attori convenivano in giudizio avanti la Pretura di Lucera – sezione distaccata di Rodi Garganico, il menzionato G.F. e ne chiedevano la condanna al pagamento della somma di lire 10.755.000, a titolo di risarcimento dei danni in questione.

2 – Il convenuto si costituiva eccependo il difetto di legittimazione attiva e in specie l’avvenuta prescrizione del diritto azionato, chiedendo nel merito il rigetto della domanda; si disponeva la chiamata in causa della comproprietaria dell’immobile Ga. Pr , coniuge del G.

3- Il Tribunale di Lucera – al quale la causa era pervenuta a seguito della soppressione degli Uffici delle Preture – con sentenza n. 31/2002, rigettava la domanda, accogliendo l’eccezione di avvenuta prescrizione del diritto di risarcimento del danno, atteso che il fatto era avvenuto nel 1989 mentre la citazione introduttiva era stata notificata nel 1997, atteso che ai sensi dell’art. 2947 c.c. tale diritto si prescriveva in cinque anni dal giorno in cui il fatto si era verificato; nella fattispecie, poi l’unico atto interruttivo della prescrizione, costituito dal menzionato A.T.P. risaliva al 1990, e quindi a partire da tale data la prescrizione del diritto azionato si era verificata nel 1997.

4 – Avverso la sentenza proponevano appello i M. – Z. contestando che fosse maturata la prescrizione del diritto, rilevando che essi appellanti, già con precedente atto di citazione notificato il 31.3.1995 e con successivo atto di riassunzione notificato. il 10.5.1995, che producevano in appello, avevano richiesto al G. il risarcimento dei danni, anche se non avevano proceduto all’iscrizione a ruolo la causa.

5 – L’adita Corte d’Appello di Bari, con sentenza n. 276/09 depositato in data 20.3.2009, rigettava l’appello, condannando gli appellanti alle spese del grado. Il giudice distrettuale riteneva inammissibile la produzione da parte degli appellanti, con l’atto d’appello, del ricordato atto di citazione notificato il 31.3.1995 e del successivo atto di riassunzione notificato il 10.5.1995, al fine di provare l’avvenuta interruzione della prescrizione. Osservava la corte territoriale che gli attori nel giudizio di primo grado, non avevano nemmeno dichiarato l’esistenza di tali atti, facendone cenno per la prima volta solo in comparsa conclusionale, lasciando così decorrere i termini di cui agli artt. 183 e 184 c.p.c., senza articolare mezzi di prova, né produrre i documenti in parola.

Invero, essendosi verificata la decadenza di cui all’art. 184 c.p.c. era preclusa in appello la produzione dei nuovi documenti (di cui disponeva lo stralcio), che esulavano del tutto dal quadro delle risultanze istruttorie acquisite e dei quali gli appellanti non avevano dedotta l’impossibilità di precedente produzione per causa ad essi non imputabile.

6 – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono Z.M.V. e M.R. sulla base di 3 mezzi; gli intimati G. e Ga. non hanno svolto difese.

Motivi della decisione

1- Con il 1 motivo le ricorrenti, denunziando la violazione dell’art. 345 c.p.c., deducono che la corte territoriale non ha tenuto conto che i documenti prodotti in appello, costituendo “prova precostituita” per cui essi potevano essere prodotti in appello, anche per la prima volta. Al riguardo si richiamava una decisione della S.C. (Cass. 13738/2005) e si formulava il seguente quesito di diritto:“Indichi l’Ecc. ma C.S. se l’art. 345 al 3 comma c.p.c., laddove ritiene inammissibili in via generale i nuovi mezzi di prova in appello, si riferisca solo alle prove cd. costituende (mezzi di prova), oppure anche alle prove documentali cd. precostituite come ritenuto nell’impugna-ta sentenza”.

2 – Con il 2 motivo, le ricorrenti, denunziando la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 345-184-359 c.p.c., censurano la sentenza impugnata per avere la Corte territoriale ritenuto inammissibili i documenti prodotti nel giudizio di secondo grado non tenendo conto che trattasi di prova nuova indispensabile ai fini della decisione e come tale ammissibile ai sensi dell’art. 345 comma 3 c.p.c..

Le esponenti insistono che si tratta di prova nuova indispensabile ai fini del decidere e quindi ammissibile ex art. 345,3 co. c.p.c., rilevando peraltro che non c’è alcuna relazione con la decadenza ex art. 184 c.p.c. (nel testo vigente ratione temporis) in quanto tale norma si riferisce ed è applicabile al solo giudizio di primo grado e non anche a quello d’appello.

3 – Con il 3 motivo l’esponente denuncia vizio di motivazione circa un fatto controverso.

Si riferisce alla circostanza per cui la corte territoriale avrebbe fatto erroneo riferimento alla decadenza dalla prova documentale che si sarebbe verificata con riferimento agli artt. 183 e 184 c.p.c., per mancata deduzione nei termini ivi previsti. La Corte non avrebbe considerato che “la mancata precedente deduzione e produzione documentale, pur se concessi in termini di cui agli artt. 183-184 c.p.c., non può intendersi quale comportamento che implica decadenza, comportamento che è invece da identificare allorquando la parte assuma o chieda la formulazione di un’istanza o produzione di un documento e poi, nei termini non vi ottemperi”.

4- I suesposti motivi – congiuntamente trattati in quanto strettamente connessi – non hanno pregio.

Invero le S.U. di questa S.C. hanno precisato, con riguardo alla produzione di nuovi documenti in grado di appello, che l’art. 345, terzo comma, c.p.c. “va interpretato nel senso che esso fissa sul piano generale il principio della inammissibilità di mezzi di prova nuovi – la cui ammissione, cioè, non sia stata richiesta in precedenza – e, quindi, anche delle produzioni documentali, indicando nello stesso tempo i limiti di tale regola, con il porre in via alternativa i requisiti che tali documenti, al pari degli altri mezzi di prova, devono presentare per poter trovare ingresso in sede di gravame… requisiti consistenti nella dimostrazione che le parti non abbiano potuto proporli prima per causa ad esse non imputabile, ovvero nel convincimento del giudice della indispensabilità degli stessi per la decisione”. (Cass. Sez. U, Sentenza n. 8203 del 20/04/2005). La S.C. ha altresì stabilito – con riferimento al requisito della cd. indispensabilità del documento – che, “nei giudizi instaurati dopo il 30 aprile 1995, non trova più applicazione il principio secondo cui l’inosservanza del termine per la produzione di documenti deve ritenersi sanata qualora la controparte non abbia sollevato la relativa eccezione in sede di discussione della causa dinanzi al collegio: l’art. 184 c.p.c., nel testo novellato dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, non si limita infatti a prevedere l’eventuale assegnazione alle parti di un termine entro cui dedurre prove e produrre documenti, ma stabilisce espressamente il carattere perentorio di detto termine, in tal modo sottraendolo alla disponibilità delle parti (stante il disposto dell’art. 153 c.p.c.), come del resto implicitamente confermato anche dal successivo art. 184-bis, che ammette la rimessione in termini, ma solo ad istanza della parte interessata ed a condizione che questa dimostri di essere incorsa nella decadenza per una causa ad essa non imputabile. Pertanto, nel giudizio di appello l’eventuale indispensabilità dei documenti, in tanto può essere valutata dal giudice, in quanto si tratti di documenti nuovi, nel senso che la loro ammissione non sia stata richiesta in precedenza, e che comunque non si sia verificata la decadenza di cui all’art. 184 c.p.c., la quale è rilevabile d’ufficio, in quanto sottratta alla disponibilità delle parti (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 24606 del 20/11/2006; Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 3319 del 12/02/2010). Nella fattispecie in esame è pacifico che la parte non avesse chiesto nel giudizio i di primo grado termine ex art. 184 c.p.c. per il deposito dei documenti di cui trattasi, pur potendolo fare, non sussistendovi alcun impedimento: ciò significa che gli stessi documenti non potevano più essere prodotti, neanche nel giudizio di appello, in conformità con la giurisprudenza come sopra richiamata.

Il ricorso dev’essere dunque rigettato. Le spese processuali non vanno liquidate non avendo gli intimati svolto attività difensiva.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

 



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